Paul Iribe per Vins Nicolas

Rilettura attenta di un artista del lusso

di Giorgio Perlini

I motivi per trattare delle creazioni artistiche dell’azienda francese Vins Nicolas sarebbero molti ed il più importante è la creazione di un’icona pubblicitaria efficace e celeberrima in patria, il fattorino Nectar, con i baffoni all’ingiù e lo sguardo stralunato, carico di bottiglie più di una taverna(1). Ma anche tralasciando questo personaggio bisogna rilevare che la casa vinicola nata nel 1822 prestò, almeno fino agli anni Ottanta del Novecento, una grande attenzione alle campagne di réclame. L’apice qualitativo venne raggiunto nell’era Déco, quando vennero coinvolti artisti versatili e dal continuo guizzo creativo. Uno di questi è Paul Iribe; solitamente inserito in un gruppo di disegnatori attivi nel campo della moda (Barbier, Lepape, Brissaud), caratterizzati da una linea sottile ed estetizzante non scevra da implicazioni erotiche. Iribe fu in effetti disegnatore di molti abiti creati per lo stilista parigino Paul Poiret, il quale entrò nella storia della moda eliminando le costrizioni del busto in virtù delle morbidezze di panneggi che slanciavano la figura femminile conferendole un’aria moderna e dinamica. Sebbene gran parte del lavoro di Iribe sia dunque centrata su quello che potremmo definire “lusso”, vi è una sua produzione meno appariscente nel campo della satira politica e del disegno graffiante testimoniata dalle sue immagini pubblicate sul periodico Le témoin, di cui fu il fondatore, o sull’albo Parlons Francais da lui interamente realizzato. Ecco allora che accanto al lato rosa dell’artista ne appare uno nero, fatto di guerra, distruzione, morte. Come se la colpa di certe frivolezze mondane potesse essere redenta solo intraprendendo una discesa dolorosa nell’evento drammatico. E così, quando viene coinvolto dall’azienda Vins Nicolas per reclamizzarne la produzione vinicola, Iribe opta per l’insolita scelta di un attacco macabro contro i concorrenti piuttosto che una esplicita celebrazione della ditta committente.

Per completezza è bene specificare che le plaquettes che Iribe disegna per i vini Nicolas sono quattro: la prima è un catalogo del 1930, con una straordinaria copertina dorata con trasposizione cubo-futurista di Nectar in rilievo tramite stampa a secco ed immagini interne in bluette eseguite mescolando fotografie ed interventi manuali. Trattasi di una sorta di anticipazione alla serie di tre albi a cadenza annuale (1930, 1931 e 1932) intitolati Blanc et Rouge, Rose et Noir e Bleu, Blanc et Rouge. Prenderemo in analisi quello intermedio, che raggiunge il massimo dell’originalità e costituisce una sorta di unicum in campo pubblicitario. Trattasi di un albo con copertina nera lucida segnata dalla N rosa. Questa grafica di presentazione è già di per sé insolita ed anticommerciale: la N di Nicolas campeggia lapidaria su di un manifesto funebre, nessun richiamo alla festosità insita nell’immaginario tipico dei vini o delle vendemmie, suppongo che il committente abbia fatto un certo sforzo ad accettarla. Evidentemente la libertà lasciata all’artista da un mecenate illuminato è il frutto della fiducia basata su precedenti collaudi. Il punto è che quella copertina, luttuosa ed legante al tempo stesso, è la perfetta anticipazione delle poche pagine (26 in tutto) interne. Dopo l’apparizione del sottotitolo dell’albo, “Il genio malvagio”, un breve dialogo scritto da René Benjamin introduce le tavole di Iribe. Una possibile traduzione è questa: “L’alcolismo sociale? “Trattasi di un atteggiamento snob!” si dice comunemente. Fino al giorno in cui i presenti, terrorizzati, hanno fatto notare che la salute, insieme al buon senso, stava crollando in un abisso. Una commedia? Un dramma? Ecco la risposta, col pennello e con la penna, di due artisti”. Seguono nove illustrazioni, ognuna delle quali è fronteggiata da un pagina bianca con il titolo dell’immagine. Il lavoro di Iribe è tutto ad aerografo, prevalentemente nero, con sprazzi di rosa e bianco. La carta è appena ambrata così da risultare più scura del bianco delle immagini. E’ una carta pregiata che conferisce un aspetto morbido ai neri litografici (per la precisione si tratta di stampa in fototipia), al tatto la consistenza è quella del velluto. “L’ombra della Libertà” è il titolo della tavola di apertura in cui la statua simbolo d’America proietta sulle acque della baia di Manhattan, un fantasma luminescente: è uno scheletro che impugna uno shaker per cocktail al posto della fiaccola. Questa identificazione tra Stati Uniti, bevande alcooliche ad alta gradazione e morte costituisce il tema di tutto l’albo.

Il genio malvagio del sottotitolo appare nella seconda tavola; una mano in radiografia regge di nuovo uno shaker di cristallo, marcato made in U.S.A, al cui interno è intrappolato uno spiritello che sorride rivelando un’inquietante sdentatura aguzza. L’homunculus non è tanto il prodotto deforme di uno scimmiottamento del Dio della Creazione quanto il frutto malvagio di produttori-commercianti che intenzionalmente hanno ceduto l’anima al Diavolo per questioni di profitto.

La terza illustrazione, “Il fidanzamento”, mette in scena il corteggiamento di due innamorati; lei ha un bicchierino in mano, lui l’immancabile e maligno miscelatore. Sono in costume da bagno e dietro di loro uno stuolo di corpi lascia tracce di vuoto esistenziale sui teli da spiaggia. Nella tavola dedicata al matrimonio, il cui titolo è “La spazzatura”, più delle silhouette degli sposi sono evidenti gli shaker disposti sul tavolo imbandito. Ma l’inquadratura di spalle, quella iconica delle foto matrimoniali, fa sì che il tavolo si identifichi con l’altare, su cui il rito dovrebbe essere celebrato con il vino, mentre qui la bevanda sacra della tradizione è scalzata dal veleno d’importazione. Il gioco continua con altre immagini spettrali accompagnate da titoli e dialoghi spietati (-Ecco qua la camera dei bambini…-, -Tesoro, potremmo sostituirla con un simpatico bar!-) in cui la coppia affronta il cammino della genitorialità con mancanza di responsabilità e totale disumanizzazione. La didascalia dell’illustrazione finale parla di un brindisi alla salute del neonato ma le sagome scure di papà e mamma sono al cospetto di una culla vuota ornata con una veletta rosa. L’aerografo traccia una croce nera appena percepibile su uno sfondo già scurissimo, e davanti ad essa appare più luminosa la sagoma fantasmagorica di una bottiglia.

Rosmary’s baby non poteva essere nell’immaginario di Iribe, così come non potevano esserci i film di Jacques Tourneur (2), i quali arrivarono una dozzina d’anni dopo questo albo per Nicolas, eppure l’associazione con certo cinema horror dalle atmosfere sospese è inevitabile: del film di Polanski si respira la stessa aria maligna, degli altri vi è il trattamento delle luci e delle ombre come se ci fosse una nebbia perenne. La plaquette pubblicitaria in cui ci si aspetta la dominanza del colore rosa in associazione alla leggerezza è al contrario una spietata denuncia in nero, una singolare operazione di pubblicità ribaltata. Se fossimo in contesto politico-bellico parleremmo di contropropaganda. Non solo la scelta è denigrare il prodotto della concorrenza estera piuttosto che esaltare quello nazionale ma l’opera tutta si connota, tra allusioni serpeggianti ed altrettante figure inequivocabili, come una rivelazione demoniaca. La scelta grafica resta quella della raffinatezza di un maestro dell’aerografo, capace di trasparenze, sovrapposizioni immateriali, sfumati che forse neanche la stampa di alta qualità può riuscire a restituire integri. Già, perché trattare il diavolo con stile selvaggio sarebbe stato troppo popolare; più sottile farlo usando le sue stesse armi: lusso ed eleganza.

 

(1) Nato nel 1922, Nectar è l’invenzione di un grafico svizzero di nome Jules Isnard Dransy. L’irresistibile silhouette del testimonial con le bottiglie disposte a raggiera venne declinata con il cambiare delle mode in manifesti e maquette bellissimi senza mai perdere riconoscibilità neanche quando raggiunse la sintesi estrema.

(2) Il riferimento è almeno a tre opere: in primis Il bacio della pantera (1942), poi Ho camminato con uno zombie e L’uomo leopardo (entrambi del 1943).

 

 

Rose et noir – plaquette n. 2 – Le mauvais génie, illustrazioni in litografia di Paul Iribe, introduzione di René Benjamin, brossura lucida in quarto grande, stampato dai fratelli Draeger ed editato dagli stabilimenti Nicolas, 1931.

Della plaquette sono state anche tirati 20 esemplari numerati su Japon e 500 esemplari, pure numerati, su carta di lusso.




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